Carissimi fratelli e sorelle!
Prima di offrivi qualche pensiero, vorrei ringraziarvi per questa vostra corale partecipazione: in voi abbraccio spiritualmente tutta la Chiesa che è in Italia. Rivolgo un saluto riconoscente al Presidente della Conferenza Episcopale, Cardinale Angelo Bagnasco, per le cordiali parole che mi ha rivolto anche a nome di tutti voi; al mio Legato a questo Congresso, Cardinale Giovanni Battista Re; all’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Mons. Edoardo Menichelli, ai Vescovi della Metropolìa, delle Marche e a quelli convenuti numerosi da ogni parte del Paese. Insieme con loro, saluto i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate, e i fedeli laici, fra i quali vedo molte famiglie e molti giovani. La mia gratitudine va anche alle Autorità civili e militari e a quanti, a vario titolo, hanno contribuito al buon esito di questo evento.
“Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” (Gv 6,60). Davanti al discorso di Gesù sul pane della vita, nella Sinagoga di Cafarnao, la reazione dei discepoli, molti dei quali abbandonarono Gesù, non è molto lontana dalle nostre resistenze davanti al dono totale che Egli fa di se stesso. Perché accogliere veramente questo dono vuol dire perdere se stessi, lasciarsi coinvolgere e trasformare, fino a vivere di Lui, come ci ha ricordato l’apostolo Paolo nella seconda Lettura: “Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore” (Rm 14,8).
“Questa parola è dura!”; è dura perché spesso confondiamo la libertà con l’assenza di vincoli, con la convinzione di poter fare da soli, senza Dio, visto come un limite alla libertà. E’ questa un’illusione che non tarda a volgersi in delusione, generando inquietudine e paura e portando, paradossalmente, a rimpiangere le catene del passato: “Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto…” – dicevano gli ebrei nel deserto (Es 16,3), come abbiamo ascoltato. In realtà, solo nell’apertura a Dio, nell’accoglienza del suo dono, diventiamo veramente liberi, liberi dalla schiavitù del peccato che sfigura il volto dell’uomo e capaci di servire al vero bene dei fratelli.
“Questa parola è dura!”; è dura perché l’uomo cade spesso nell’illusione di
poter “trasformare le pietre in pane”. Dopo aver messo da parte Dio, o averlo
tollerato come una scelta privata che non deve interferire con la vita
pubblica, certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza
del potere e dell’economia. La storia ci dimostra, drammaticamente, come
l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace
prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli
uomini pietre al posto del pane. Il pane, cari fratelli e sorelle, è “frutto
del lavoro dell’uomo”, e in questa verità è racchiusa tutta la responsabilità
affidata alle nostre mani e alla nostra ingegnosità; ma il pane è anche, e
prima ancora, “frutto della terra”, che riceve dall’alto sole e pioggia: è dono
da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la fiducia degli
umili: “Padre (…), dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11).
L’uomo è incapace di darsi la vita da se stesso, egli si comprende solo a partire da Dio: è la relazione con Lui a dare consistenza alla nostra umanità e a rendere buona e giusta la nostra vita. Nel Padre nostro chiediamo che sia santificato il Suo nome, che venga il Suo regno, che si compia la Sua volontà. E’ anzitutto il primato di Dio che dobbiamo recuperare nel nostro mondo e nella nostra vita, perché è questo primato a permetterci di ritrovare la verità di ciò che siamo, ed è nel conoscere e seguire la volontà di Dio che troviamo il nostro vero bene. Dare tempo e spazio a Dio, perché sia il centro vitale della nostra esistenza.
Da dove partire, come dalla sorgente, per recuperare e riaffermare il
primato di Dio? Dall’Eucaristia: qui Dio si fa così vicino
da farsi nostro cibo, qui Egli si fa forza nel cammino spesso difficile, qui si
fa presenza amica che trasforma. Già la Legge data per mezzo di Mosè veniva
considerata come “pane del cielo”, grazie al quale Israele divenne il popolo di
Dio, ma in Gesù la parola ultima e definitiva di Dio si fa carne, ci viene
incontro come Persona. Egli, Parola eterna, è la vera manna, è il pane della
vita (cfr Gv 6,32-35) e compiere le opere di Dio è credere in Lui (cfr
Gv 6,28-29). Nell’Ultima Cena Gesù riassume tutta la sua esistenza in
un gesto che si inscrive nella grande benedizione pasquale a Dio, gesto che
Egli vive da Figlio come rendimento di grazie al Padre per il suo immenso
amore. Gesù spezza il pane e lo condivide, ma con una profondità nuova, perché
Egli dona se stesso. Prende il calice e lo condivide perché tutti ne possano
bere, ma con questo gesto Egli dona la “nuova alleanza nel suo sangue”, dona se
stesso. Gesù anticipa l’atto di amore supremo, in obbedienza alla volontà del
Padre: il sacrificio della Croce. La vita gli sarà tolta sulla Croce, ma già
ora Egli la offre da se stesso. Così la morte di Cristo non è ridotta ad
un’esecuzione violenta, ma è trasformata da Lui in un libero atto d’amore, in
un atto di auto-donazione, che attraversa vittoriosamente la stessa morte e
ribadisce la bontà della creazione uscita dalle mani di Dio, umiliata dal
peccato e finalmente redenta. Questo immenso dono è a noi accessibile nel
Sacramento dell’Eucaristia: Dio si dona a noi, per aprire la nostra esistenza a
Lui, per coinvolgerla nel mistero di amore della Croce, per renderla partecipe
del mistero eterno da cui proveniamo e per anticipare la nuova condizione della
vita piena in Dio, in attesa della quale viviamo.
Ma che cosa comporta per la nostra vita quotidiana questo partire dall’Eucaristia per riaffermare il primato di Dio? La comunione eucaristica, cari amici, ci strappa dal nostro individualismo, ci comunica lo spirito del Cristo morto e risorto, e ci conforma a Lui; ci unisce intimamente ai fratelli in quel mistero di comunione che è la Chiesa, dove l’unico Pane fa dei molti un solo corpo (cfr 1 Cor 10,17), realizzando la preghiera della comunità cristiana delle origini riportata nel libro della Didaché: “Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto divenne una cosa sola, così la tua Chiesa dai confini della terra venga radunata nel tuo Regno” (IX, 4). L’Eucaristia sostiene e trasforma l’intera vita quotidiana. Come ricordavo nella mia prima Enciclica, “nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri”, per cui “un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata” (Deus caritas est, 14).
La bimillenaria storia della Chiesa è costellata di santi e sante, la cui
esistenza è segno eloquente di come proprio dalla comunione con il Signore,
dall’Eucaristia nasca una nuova e intensa assunzione di responsabilità a tutti
i livelli della vita comunitaria, nasca quindi uno sviluppo sociale positivo,
che ha al centro la persona, specie quella povera, malata o disagiata. Nutrirsi
di Cristo è la via per non restare estranei o indifferenti alle sorti dei
fratelli, ma entrare nella stessa logica di amore e di dono del sacrificio
della Croce; chi sa inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, chi riceve il corpo
del Signore non può non essere attento, nella trama ordinaria dei giorni, alle
situazioni indegne dell’uomo, e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso, sa
spezzare il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua con l’assetato,
rivestire chi è nudo, visitare l’ammalato e il carcerato (cfr Mt
25,34-36). In ogni persona saprà vedere quello stesso Signore che non ha
esitato a dare tutto se stesso per noi e per la nostra salvezza. Una
spiritualità eucaristica, allora, è vero antidoto all’individualismo e
all’egoismo che spesso caratterizzano la vita quotidiana, porta alla riscoperta
della gratuità, della centralità delle relazioni, a partire dalla famiglia, con
particolare attenzione a lenire le ferite di quelle disgregate. Una
spiritualità eucaristica è anima di una comunità ecclesiale che supera divisioni
e contrapposizioni e valorizza le diversità di carismi e ministeri ponendoli a
servizio dell’unità della Chiesa, della sua vitalità e della sua missione. Una
spiritualità eucaristica è via per
restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro, nella ricerca
della sua conciliazione con i tempi della festa e della famiglia e nell’impegno
a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione. Una
spiritualità eucaristica ci aiuterà anche ad accostare le diverse forme di fragilità
umana consapevoli che esse non offuscano il valore della persona, ma richiedono
prossimità, accoglienza e aiuto. Dal Pane della vita trarrà vigore una
rinnovata capacità educativa, attenta a testimoniare i valori fondamentali
dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e culturale; la sua
vitalità ci farà abitare la città degli uomini con la disponibilità a spenderci
nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di una società più equa e
fraterna.Cari amici, ripartiamo da questa terra marchigiana con la forza
dell’Eucaristia in una costante osmosi tra il mistero che celebriamo e gli
ambiti del nostro quotidiano. Non c’è nulla di autenticamente umano che non
trovi nell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza: la vita
quotidiana diventi dunque luogo del culto spirituale, per vivere in tutte le
circostanze il primato di Dio, all’interno del rapporto con Cristo e come
offerta al Padre (cfr Esort. ap. postsin. Sacramentum
caritatis, 71). Sì, “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola
che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4): noi viviamo dell’obbedienza a
questa parola, che è pane vivo, fino a consegnarci, come Pietro, con
l’intelligenza dell’amore: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita
eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68-69).Come
la Vergine Maria, diventiamo anche noi “grembo” disponibile ad offrire Gesù
all’uomo del nostro tempo, risvegliando il desiderio profondo di quella
salvezza che viene soltanto da Lui. Buon cammino, con Cristo Pane di vita, a
tutta la Chiesa che è in Italia! Amen.