Dalla lettera allo Spirito:
Continuiamo nel nostro “viaggio” attraverso fatti e personaggi della Genesi, alla scoperta ( o riscoperta) di insegnamenti validi anche per la vita di oggi. Dopo aver parlato, nel penultimo bollettino, il n. 119, del primo dei Patriarchi, Abramo, proseguiamo con Isacco, il “figlio della promessa”. Il primo dato che salta agli occhi è il profondo valore simbolico che questo patriarca acquista già in vita, come dimostrano i due fatti più importanti che lo riguardano. Innanzitutto, come accennato, la nascita, che avviene da una donna (Sara), moglie legittima di Abramo, avanzata in età e, soprattutto, sterile. Come dirà secoli dopo San Paolo, la forza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza.
Una donna sterile che
partorisce non è soltanto un miracolo, ma è in primo luogo segno tangibile che
“nulla è impossibile a Dio”, come si esprimerà l’angelo Gabriele dinanzi alla
Madonna, addirittura Vergine-Madre per intervento dello Spirito Santo. Isacco,
con la sua nascita eccezionale, diventa la manifestazione tangibile che Dio può
trasformare una situazione sfavorevole o impossibile (come era probabilmente
anche il pieno possesso della terra di Canaan, la “terra promessa”, da parte di
Abramo) in una storia reale, innestata vitalmente sulle vie del mondo. E’
davvero prerogativa di Dio portare alla luce le realtà che ancora non sono,
dando così forma concreta ad un moto d’amore tutto spirituale che parte dal Suo
Cuore.
Il secondo
episodio che riguarda Isacco è il tentato sacrificio da parte del padre Abramo,
come ci racconta il capitolo 22 della Genesi. Il fatto è noto ma merita
sempre una profonda riflessione. Un giorno Dio impone ad Abramo di
sacrificargli il figlio Isacco. Abramo si incammina verso “il territorio di
Moria”, fino ad arrivare nel “luogo che Dio gli aveva indicato”. “Qui Abramo
costruì l’altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose
sull’altare, sopra le legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per
immolare suo figlio” (Gen. 22, 9-10). Dio, però, interviene in
extremis per impedire il sacrifico ed ordina ad Abramo di immolargli, al
posto del figlio, un ariete che era rimasto impigliato con le corna in un
cespuglio vicino. Perché Dio impone ad Abramo una prova così dura (addirittura
il sacrificio di un figlio che Lui stesso aveva promesso e mandato), per poi
tornare sui propri passi? Si è parlato molto, a tal proposito, della fede di
Abramo, del suo incondizionato obbedire a Dio anche di fronte ad una richiesta
apparentemente assurda. Senza dubbio la fede di Abramo è grande, ma non
dobbiamo dimenticare che egli ancora non conosceva adeguatamente il Dio che gli
era apparso ad Ur e che lo aveva portato fuori dalla sua terra.
In questa prospettiva, il disvelamento di Dio è graduale, fino ad un primo, grande salto, come vedremo, nel roveto ardente di Mosè. Un Dio che richiede un sacrificio umano non doveva apparire cosa molto strana ad Abramo, tanto più che egli allora soggiornava tra i Filistei di Abimelec, per i quali i sacrifici umani erano pratica piuttosto consueta. Il momento culminante si ha, piuttosto, quando Dio impedisce ad Abramo di compiere il sacrificio, rivelando in questo modo un aspetto di Sé che senza dubbio dovette colpire Abramo, che si trovò di fronte ad un Dio che non vuole la morte dei suoi figli. E’, insomma, un ulteriore passo avanti nella conoscenza di Dio, del vero Dio, che sceglie, come abbiamo già tante volte detto, le strade degli uomini, accettandone anche le storture. Ma i sentieri storti, si sa, diventano diritti nella predicazione di Giovanni il Battista, l’ultimo dei profeti, già in grado di osservare la Vita nella Persona del Cristo.
Al di là di questi due
fatti capitali, che per tutte le generazioni hanno assunto un profondo valore
spirituale, la vita di Isacco scorre (relativamente) tranquilla. Erede delle
promesse fatte al padre, sposa Rebecca, figlia di Betuèl, un parente di Abramo.
Questi, del resto, aveva fatto solennemente giurare al servo soprintendente dei
suoi beni che non avrebbe preso per suo figlio una moglie cananea, ma una
donna del clan dei suoi padri. Dopo la morte di Abramo, Isacco ebbe da Rebecca
due gemelli, piuttosto litigiosi fin dal grembo materno, Esaù, il primogenito,
e Giacobbe.
“I fanciulli crebbero ed
Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un
uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende” (Gen. 25,27). Un giorno
Esaù, affamato, vendette la primogenitura (essenziale in una società
patriarcale) per una minestra “rossa” che gli costò veramente cara: da quel
momento, infatti, tutte le predilezioni di Rebecca saranno per Giacobbe, sulla
cui intraprendenza ed onestà il Signore aveva già da tempo fissato gli occhi.
Sarà lui, come vedremo, l’erede delle promesse, lo strumento essenziale per
fare del piccolo popolo di Dio disperso ancora tra i Cananei una nazione, con
identità precise che cominciano a costituire anche per Dio un terreno più
agevole per una Sua ulteriore manifestazione.
Prof. Andrea N.